Continuava a guardare le immagini che scorrevano sulle pareti di quello strano locale. Si dissolvevano l’uno nell’altro straordinari filmati di paesaggi boschivi, di aggrovigliate foreste amazzoniche, di immense cascate iridescenti, di profili montani e laghi circondati da cime innevate. L’incisione della foto, la straordinaria tridimensionalità facevano pensare di esserci immersi, in quella natura, tanto più che, mescolati ad una strana musica, pareva di sentire, quasi impercettibili i suoni dell’acqua che scroscia, il vento fra le foglie, cinguettii… E pareva di sentirne gli odori, i profumi.
E intanto finiva quella cena particolare.
Lei taceva. Lo guardava con i suoi occhi variegati, occhi che parevano cambiare colore, variando da tenui celesti a toni grigi a blu più profondi, occhi di una dolcezza infinita e di un fascino, su di lui inverosimile. Lui non capiva. Aveva l’impressione di non sapere dove si trovava, né perché si trovava lì, con quella donna, con quell’essere affascinante, la cui pelle pareva di un pallore che emanava una luce propria. Mangiava, portava alla bocca il cibo con movimenti lenti, guardandolo. E lui sentiva quegli occhi su di sé, vedeva quel corpo dalle forme fasciate da un abito, che ogni forma consentiva di vedere e non vedere, in trasparenze che parevano modificarsi. Ma perché lì, quella donna, quella creatura? Vide intorno, sulla parete, una radura con decine di peschi in fiore e sfumature di bambù arrampicarsi sulla collina. Gli parve per un attimo che le trasparenze del tessuto consentissero di vedere il seno di lei, in tutta la sua bellezza. Fu solo un attimo. Un lampo di desiderio; gli parve di sentire salirgli al volto una vampa di calore, sentì di arrossire. Lei parve capire. Si sporse in avanti, un po’, verso di lui e prese teneramente la sua mano; la tenne un attimo poi ne accarezzò il dorso e la peluria del polso e del braccio. La guardò negli occhi, che parevano poco a poco cambiare di colore. Sentì forte un desiderio di lei, intenso come non mai, prese a sua volta una mano e la strinse forte. (Ma cosa ci faceva lì con quella donna? In che luogo si trovava? Come faceva ad essere vestito in quel modo? Dov’erano i suoi?) Gli pareva di vivere in un sogno. E nel sogno di essersi risvegliato in quel locale, con quella donna. Altre coppie bisbigliavano tra di loro, su altri tavolini. Non aveva ansie, nessuna preoccupazione. Mancavano delle risposte. Lei gli prese anche l’altra mano e lo invitò a non preoccuparsi. Ora sei qui, con me, non ci pensare. Dopo saprai. Sulle pareti scorse un immenso campo di girasoli e tutto parve giallo e profumato e uno stormo di uccelli frullò via in volo. Le sue labbra, mamma mia le sue labbra. La lingua che su quelle labbra di tanto in tanto passava.
Lo sfondo cambiò ancora. Parve di essere su di una gondola in un canale veneziano. Lei continuava a guardarlo, seduta sulla sua poltroncina. Il tavolo tra loro sparì. Le sue gambe accavallate, in una sorta di calza, d’un verde pastello tenuissimo. Il canale nello sciacquio del remo si aprì nel Canal Grande, che apparve in una lunga fila di palazzi illuminati da luci diffuse sull’acqua. In fondo, il ponte di Rialto, con le inconfondibili coperture dei negozi sull’acqua. Si trovarono seduti, vicini l’uno all’altra, nel divanetto dai cuscini di raso rosso, mentre la gondola scivolava via, sciacquando nella notte. Il braccio di lui intorno alle sue spalle, le due mani strette.
Ma fu quando la gondola infilò un canale illuminato solo dalla luce di una lanterna, che nella notte buia sentì le sue labbra, sentì la sensualità umida della sua bocca, sentì la sua lingua cercarlo, sentì la sua mano muoversi sensuale su di lui.
Si trovava lì, a Venezia, la città del tempo senza tempo, perduto nel tempo e nello spazio. In alto, un cielo nero. Nel buio, la mano si muoveva su di lui. Non capiva. Ma l’intensità del piacere che provava era troppo forte. E nel piacere si bloccava il suo esistere. La mano, la bocca nel bacio sembravano emanare leggerissime vibrazioni. Colse il seno di lei con le sue mani, tra le sue dita; il seno, vestito, si denudò e fiorì fra le sue dita sodomorbido e rigoglioso.
E si ritrovò con lei in una stanza. Sulle prime gli parve piccola, quasi contenesse il solo letto, un letto tondo, poi intorno, sulle pareti, incominciò a girare un fascio di luce, che andò trasformandosi in un mare blu, dalle acque in movimento e le onde che provenivano da tutto intorno e squassavano l’isola-letto su cui si trovavano loro, abbracciati, la schiuma sulla cresta delle onde saliva alta tutt’intorno. Lui la guardò, il suo abito, attillato, prese a farsi di un rosato, di un color pelle, finché fu pelle e si presentò a lui nella sua sconvolgente nudità. Non si domandò più nulla, volle solo l’amore. L’amore da fare, l’amore non fatto, da quando? Il mare intorno, agitato, pareva arrampicarsi sul letto come su di una scogliera, la schiuma al vento volava nell’aria. Il desiderio era grande, tutto il suo corpo pronto all’amplesso; si umettò di saliva quel pezzetto di sé che consentiva il contatto interno e la penetrò con tenera forza, prima pian piano, poi con maggior vigore, mentre lei si apriva e l’aiutava con le mani, come milioni di esseri prima di lei. E lui muovendosi in lei la sentì, la prese con gioia incontenibile. Quando poi abbracciandola e con le mani prendendo i suoi seni rallentò il ritmo altalenante, sentì come un appena percettibile vibrazione interna, esercitata sul suo muscolo dai muscoli vaginali che lo stringevano a loro volta, quasi a trattenerlo dentro di sé. E il piacere si espandeva nelle sue membra, mentre lei in affanno gemeva innamorata e presa. I due corpi afferrati si muovevano presi da forte cattura. Inarcato in lei, si sentiva abbandonare, finché percepì chiaramente quanto immensamente avrebbe goduto l’abbandono. Che trattenne per quanto possibile, pur preparandosi. Ora? Sì! Ora, amore. Bagnami tutta.
Il mare si calmò intorno e solo una leggera brezzolina increspava appena appena la superficie. Allora giacquero così, vivendo i momenti di sempre. Lei vicina a lui, supino, accarezzandone dolcemente il petto e il ventre, mentre intorno il mare si sciolse in un prato verde punteggiato di pratoline, che girando intorno a loro si trasformò in una siepe di rose dai petali rosa profumati. Non capisco, non capisco questo sogno, non so dove sono, mi sono svegliato come da un lungo sonno in una specie di albergo, dove c’era chi si prendeva cura di me, come in un ospedale. Poi tu… con te questa sera… le cose così, questo trasporto, il tuo darti il tuo volermi d’amore. Non ci pensare. Ma i miei, una donna io ricordo una donna una casa dei figli, una moglie? Ma dove, ma quando? Dimmi se sai, dimmi. E tu chi sei? Perché del tuo amore, perché di questa sera? Cosa succede qui intorno? Seduta su di lui lo guardò, tenera e triste. Gli occhi che sfumavano da un tenue grigio a un tenero verde. Tu vieni di lontano. E lui la vide, vestita di un abito del colore delle rose, che intorno sbocciavano, nello spandersi di un intenso profumo. Di lontano? Sei morto, tanto tempo fa. Si sollevò a sedere incredulo, lei a sedere sulle sue cosce. Avvertì un brivido. I tuoi, secoli fa, ti fecero congelare e ora sei stato, come dire, risvegliato. Mille pensieri gli si accalcavano nella mente. La mia famiglia? Ma io prima l’ho vista la mia città Perduta nel tempo. Solo venti persone risalgono alla tua epoca. Quasi tutte risvegliate ora. Perché? Quella volta forse hanno pensato di salvarvi e proiettarvi in un tempo in cui sarebbe stato poi possibile curarvi, farvi vivere, salvarvi., Venezia, ho visto i palazzi, i suoi canali, siamo venuti qui sulla gondola? Sì, ma Venezia non c’è più, come non c’è più? Venezia, quel mondo, ormai è passato, se ne è andato, è morto. Come, morto? La terra da tempo è scomparsa, malata dalle sue stesse immondizie che l’avevano invasa, inquinata a livelli mostruosi, che hanno ucciso tutti gli esseri, tutte le piante, gli uomini, tutto. Ma quello che ho visto in questi istanti con te? Solo una realtà virtuale, una Venezia costruita in un filmato tridimensionale, che pare vero. Noi viviamo in migliaia di queste ricostruzioni, come anche le rose che tu vedi intorno a noi sbocciare e poi lentamente sfiorire. Sono io che provoco quello che hai visto. Tu? Ma tu, tu, chi sei? Perché di questa sera noi due… perché quest’ora d’amore? Tu non potevi affrontare il risveglio, affrontare una vita a centinaia d’anni dalla tua, a milioni di anni luce dal sogno di una terra perduta . Gli psichiatri hanno deciso questo incontro con me, perché tu potessi scendere in questo mondo, entrarci con un… paracadute psicologico. Tu… tu… sei la mia infermiera!? E mi hai preso, mi hai amato in quel modo, con quella profondità passionale nel darti a me?….Che donna sei?…. Ma io… gli occhi cambiavano di colore vertiginosamente, come anche la sostanza di cui era fatto il vestito… Ma io… io non sono una donna…Come sarebbe… non sei una donna… Non sono una donna… sono una simwoman. Lui ora era visibilmente alterato e non sapeva più contenersi. Io sono un essere artificiale…. Ogni parte, ogni minima parte di me è una copia esatta di un organo umano. Intorno, le pareti della loro stanza d’amore parvero aprirsi ancora e gli spazi allontanarsi e approfondirsi. Venti agitavano i rami, le foglie di immensi alberi e si udiva il loro frusciare e il fischio del vento e nuvole correvano nel cielo. Non esiste più nulla di tutto ciò… è tutto falso. Non è falso, ma non esiste più. Siete stati voi uomini a distruggere tutto. Tutto prese una malattia terribile, somma di mille malattie, di mille infezioni, morirono poco a poco insieme tutte le specie animali, tutte le specie botaniche e il mondo si ridusse a un lerciume fatiscente e fetente, morirono per ultime le profondità marine, quelle da cui tutto aveva avuto inizio. Ma perché ridarmi la vita perché farmi rinascere dopo tanto tempo in un mondo lontano che non è il mio? Lei esitò un attimo e la foresta amazzonica e il lungo fiume parvero invadere tutt’intorno il loro letto e suoni e versi di uccelli e rumor d’acque. Il suo volto si fece triste. La sua mano si allungò verso di lui. Gli abitanti di quaggiù si sono salvati dalle orrende infezioni e dalle conseguenze sulla loro pelle e sui loro organi e ci sono voluti quasi cinquant’anni, da quando hanno lasciato la terra con la natura morente. Ora ha invaso le loro menti, ha compromesso le loro cellule nervose la dendrofilia. Non sopportano la perdita la lontananza la morte degli alberi, delle piante verdi. Ne derivano un’intolleranza psichica, un grave stato sofferente di prostrazione, che nei casi peggiori porta all’abbandono di se stessi, al deliquio, alla morte. Lui guardava gli alberi sentiva il cinguettio degli uccelli, versi di pappagalli, sciacquar d’acque. Lei l’accarezzava sul ventre giù, giù, giù fra le cosce e parlando lo guardava fisso negli occhi. Ma io, io cosa ho a che vedere con questa malattia? Appunto! Vi hanno scongelato e riportato alla vita per indagare, prima che vi ammaliate a vostra volta, i vostri comportamenti psichici. Per capire insomma come siete fatti, che risorse strutturali avete contro la dendrofilia. Tu la mia infermiera e io la cavia?
Intorno, nelle pareti, i boschi si erano disciolti e comparve un’immensa prateria e in mezzo un immenso grande albero dal verde folto fogliame. Un gigantesco baobab. E tu, bambola meravigliosa? Io ho finito il mio compito; è ormai quasi mezzanotte, avevo queste ultime due ore di tempo. La mia scheda ha esaurito la sua carica.
Ricomparve il mare intorno, sulle pareti e immensi cetacei si inabissavano negli abissi. Si voltò verso di lei, ma lei ormai era scomparsa.